Riscaldamento globale e città: scenari e proposte

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La sfida climatica passa attraverso l’adattamento al cambiamento (resilienza), l’adozione di nuovi paradigmi di sviluppo (Agenda 2030) e l’attuazione concreta di scelte quali le infrastrutture verdi, la mobilità sostenibile, la conversione energetica verso fonti rinnovabili, il recupero di suolo, la gestione dell’acqua.    

Un recente rapporto di IPCC (International Panel on Climate Change) colloca intorno a +1,5 °C l’innalzamento della temperatura media globale tra il 2030 e il 2050. L’innalzamento di 1°C (più precisamente tra +0,8 e +1,2 °C) è già stato raggiunto e nonostante le (tante) discussioni e le (poche) iniziative non si registra un arresto dell’aumento della temperatura. Il riscaldamento non è omogeneo, molto più intenso ai poli, meno sui mari, su alcune regioni del globo oscilla tra i 2 e i 6 gradi ma è un dato ampiamente condiviso: il riscaldamento globale esiste ed è una minaccia per l’umanità. Terre, oceani ed ecosistemi sono profondamente mutati e cambieranno ancora, rendendo intere regioni aride, ampliando l’intensità dei fenomeni meteorologici, sviluppando vere tensioni politiche, preludi funesti di scontri futuri per l’acqua e le terre fertili. L’obiettivo di arrestare la crescita tra il 2030 e il 2050 a +1,5 °C è possibile e consentirebbe una riduzione significativa delle prospettive disastrose che un riscaldamento globale a +2°C altrimenti comporterebbe. Lo scenario meno sfavorevole (+1,5 °C) di riscaldamento globale è strettamente legato all’abbattimento dei gas serra, in particolare della CO2 la cui concentrazione è determinante nella amplificazione dell’effetto serra. I cambiamenti associati ad un riscaldamento globale a +1,5 o a +2 °C sono estremamente significativi. Picchi di temperatura più elevati, un maggior numero di giorni molto caldi, precipitazioni molto intense, desertificazione di alcune aree del pianeta, innalzamento del livello dei mari, scadimento della qualità della vita in molte regioni del globo. Stabilizzare la crescita a +1,5 comporta da qui al 2050 una drastica riduzione delle emissioni di gas serra. Una sfida planetaria in cui i governi prima di tutto devono fare la loro parte ma non solo. Combustibili fossili e deforestazione sono le cause principali dell’aumento della CO2.  E’ evidente che mettere mano su scala globale all’utilizzo dei combustibili fossili o ridurre la deforestazione amazzonica o di intere regioni africane siano sfide globali che esigerebbero un governo “mondiale” dell’emergenza climatica che le tante conferenze non sono ancora riuscite a rendere concreto, ma oggi Agenda 2030

Fonte IPCC

costituisce una reale possibilità di programmare a tutti i livelli la riduzione del rischio e la pianificazione di uno sviluppo sostenibile. Perchè è vero che si tratta di sfide per per l’umanità ma anche di azioni molto concrete per le città. Le aree urbane sono uno scenario fondamentale in cui combattere la battaglia per il clima. Perchè in città si consumano combustibili fossili e traffico veicolare, a ridosso della città ci sono le zone industriali che a loro volta consumano non solo suolo ma producono diossido di carbonio. Alcune città italiane hanno realmente cominciato a pianificare il proprio sviluppo partendo dalla sostenibilità (Agenda 2030) ma soprattutto nell’ottica della “resilienza” cioè nella capacità di adattare al cambiamento climatico la vita urbana, rendendola accettabile, addirittura migliore. Il riscaldamento globale è già un “nemico” della qualità della vita nelle nostre città: pensate allo sviluppo di isole di calore dentro le aree fortemente cementificate, alla diffusione di sistemi di raffreddamento a loro volta inquinanti, alla inutile invocazione di consumo di suolo zero, a intere zone industriali degradate e abbandonate, allo spreco di acqua.

In città si possono fare molte cose: si possono piantare alberi, che migliorano la qualità dell’aria e riducono gli effetti del calore estivo; si possono creare sistemi di accumulo per l’acqua per poterla poi riutilizzare per irrigare il verde; si possono creare percorsi ciclabili protetti utilizzabili sia in estate che in inverno; convertire aree industriali dismesse in aree verdi.. Esempi semplici ma che dovrebbero essere inseriti dentro un piano per la resilienza e lo sviluppo urbano sostenibile che si deve muovere lungo tre assi: infrastrutture “verdi”, pianificazioni urbanistica basata sulla riduzione di consumo di suolo (pensiamo a quanta area industriale oggi risulta inutilizzata) cioè sulla conversione di cemento in verde, gestione sostenibile dell’acqua, non solo difendendo con rigore la qualità dell’approvvigionamento idrico ma lavorando sul contrasto dello spreco e sul riciclo di quanto più possibile delle acque meteoriche. Non abbiamo mai fatto a Vicenza una sperimentazione seria sul recupero delle acque meteoriche. In Spagna, nella regione di Barcellona, per esempio, alcune municipalità hanno investito incentivando per le nuove abitazioni la realizzazione di vasche di accumulo in grado di dare risposta a molte necessità, dall’irrigazione dei giardini, all’utilizzo negli orti o per altre attività domestiche. Risparmi significativi e ancora di più creazione di una cultura: la sfida climatica passa attraverso l’adattamento al cambiamento (resilienza), l’adozione di nuovi paradigmi di sviluppo (Agenda 2030) e l’attuazione concreta di scelte quali le infrastrutture verdi, la mobilità sostenibile, la conversione energetica verso fonti rinnovabili, il recupero di suolo, la gestione dell’acqua.