Restiamo umani, restiamo razionali: immigrazione e futuro.

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strade e paesi d’approdo dell’immigrazione

Fatico a sopportare Salvini in generale, quando parla di immigrazione invece proprio non lo reggo. Non sono nemmeno uno dei sostenitori sfegatati di Carola e della sua azione, non sarei salito a bordo per fare la passerella di solidarietà. Ma mi risulta insopportabile l’orda che si è scatenata contro questa ragazza, dagli insulti sessisti alle peggiori manifestazioni di odio. Ed è proprio l’odio verso l’immigrazione, che si sta espandendo a macchia d’olio tra gli italiani, che mi preoccupa. Anche qui ci dividiamo tra estremisti del respingimento, delle barriere anche fisiche e militari alle frontiere, ai professionisti dell’accoglienza senza se e senza ma. Eppure non c’è tema più bisognoso di razionalità e di pensiero lungo di quello dell’immigrazione. A cominciare dalla demografia del nostro paese, che non fa più figli, che sceglie di investire su quota 100 anziché sul sostegno alla genitorialità. Servono servizi, serve lavoro flessibile, serve sostegno all’impiego femminile. Tutte cose importanti ma che non interessano un paese che vive l’oggi come se fosse già passato. Ci sono interi settori professionali in cui avremmo bisogno di immigrazione di qualità a cui offrire lavori importanti e che gli italiani non fanno più. Quali canali vi sono oggi per un’impresa che vuole assumere un giovane straniero? Quali opportunità può avere un giovane africano di talento di cercare un lavoro nel nostro paese? Zero. Nulla. Siamo solo avviluppati da questo timore costante dell’invasione. Colpa anche della sinistra. Che non si è resa conto che il fenomeno degli sbarchi andava gestito, che si è vergognata del lavoro di Minniti. Ma non è possibile trascurare il fatto che le stime proiettano la popolazione africana nel 2050 a numeri che vanno da 1,8 a 2,5 mld di abitanti. Con un’Europa che resterebbe invece sostanzialmente ferma. Una pressione demografica enorme su un continente povero che vedrebbe necessariamente crescere il numero di emigranti verso i paesi più sviluppati e che farebbe del Mediterraneo un crocevia ad altissima tensione. Non saremo, volenti o nolenti, in grado di accogliere quei flussi, flussi in grado di cambiare il volto di un paese con tensioni insopportabili per un qualsiasi sistema democratico. Proprio per questo serve rimettere in campo la politica e lasciare da parte i social. Mentre Salvini insultava Carola e i vari volontari, sbarcavano 300 migranti. Nel silenzio dei più. Mentre il duo Di Maio – Salvini risulta ininfluente in Europa, che dovrebbe invece avere un ruolo fondamentale nel rapporto con l’Africa, lo sviluppo di una politica estera “mediterranea” è completamente appaltato all’Eni, che il Presidente egiziano riceve prima e più spesso della nostra diplomazia. Ma l’Eni cura i propri business, giustamente, non si occupa dei fenomeni globali delle migrazioni dei popoli. Mentre inseguiamo Trump nelle sue uscite, dimentichiamo quanto e che rilievo aveva l’Italia nei rapporti con tutto il nord Africa, con il Medio Oriente dal Libano ai palestinesi, con il corno d’Africa, Etiopia ed Eritrea, da cui partono flussi importanti verso l’Europa. Mentre i nostri governanti raccontano la favola che solo l’Italia accoglie (vedi illustrazione) al contrario
scopriamo che i flussi verso la Spagna, la Grecia, la stessa Cipro sono ben più numerosi dei nostri. Smettiamo di fare propaganda e discutiamo, seriamente, del tema.

  1. La demografia mondiale spinge le migrazioni e grandi migrazioni guarderanno all’Europa come a uno dei possibili punti di arrivo. Non siamo attrezzati né tecnicamente né culturalmente per affrontare questo fenomeno. Anzi il diffondersi di tanti e diversi “sovranismi” nel mondo non ci aiuta ad affrontare con razionalità il fenomeno. Ripartiamo dalle basi, dalla discussione, dalla condivisione di un modello demografico che spiega più di tanti discorsi quali e quante pressioni dovremo affrontare.
  2. Sviluppiamo una politica estera italiana ed europea nel Mediterraneo, in particolare noi italiani recuperiamo quei legami che avevamo con il mondo arabo, con i paesi del Maghreb, con l’Egittto ed il Corno d’Africa. Cooperazione allo sviluppo, formazione, l’apertura di canali per un’immigrazione ordinata e regolare, meglio se di qualità. Aiutiamoli seriamente a casa loro, costruendo percorsi comuni per lo sviluppo.
  3. L’accordo di Dublino va ridiscusso. E’ evidente che la crescente pressione demografica non consente ai paesi di primo approdo di gestire tutto il tema dell’asilo, dall’accoglienza fino all’eventuale rimpatrio: serve una redistribuzione dell’impegno ma non solo. Oggi l’immigrazione è una competenza nazionale, non abbiamo un sistema europeo che si occupi delle frontiere dell’Unione, del controllo dell’immigrazione e delle politiche di integrazione. Evidentemente non tutta l’Unione sente oggi la pressione che hanno i paesi che si affacciano sul Mediterraneo ma altrettanto evidentemente l’evoluzione delle dimensioni del fenomeno non lascerà l’Europa centrale esente dal problema. E’ tempo di cominciare a costruire una politica europea che affronti cooperazione e sviluppo insieme ai temi dell’immigrazione. Se invece continueremo ad andare ognuno per conto proprio l’Europa non conterà nulla nel mondo e in particolare in Africa, un continente che già oggi vede l’assalto delle grandi compagnie cinesi per accaparrarsi grandi commesse di lavori oltre che larghe porzioni di terreni coltivabili. Non ci serve un Dublino IV ma un’Unione che assuma un ruolo chiave non solo in politica estera ma anche per cooperazione, sviluppo e immigrazione. In questo caso l’Unione fa la forza.
  4. Il sistema di gestione dei richiedenti asilo deve fondarsi sul doppio binario: accoglienza diffusa (per piccoli nuclei, con doveri di studio/lavoro, quelli che Salvini non vuole, lo SPRAR che funzionava) che puntino all’integrazione per chi ne ha diritto, rimpatri (che Salvini non sta facendo) per chi non lo ha. Solo il rimpatrio è un dissuasore reale ma anche questo passa attraverso accordi bilaterali con i paesi di provenienza.
  5. Lo ius soli va discusso, ragionato, moderato, reso coerente con i doveri che si richiedono ad un cittadino di un paese democratico, insieme ai diritti che quel sistema gli garantisce. Ragioniamolo ma facciamolo.

Tante altre cose si potrebbero dire e proporre ma serve intanto cominciare da qualche parte, smontando miti e paure e lasciando la propaganda ai politicanti. Serve invece restare umani e razionali e servono entrambi: umanità e razionalità. L’uno senza l’altro fa solo danni.