Pfas, serve un cambio di rotta per salvare noi e l’ambiente

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di Cristina Guarda

La vicenda dell’inquinamento delle acque da Pfas ci costringe a guardare con occhi nuovi, più consapevoli, la difficile realtà industriale e ambientale veneta. Sta costringendo cittadini, amministrazioni, imprese e istituzioni ad agire con nuove priorità e nuovi metodi, definendo il miglior modo di gestire le emergenze sanitarie in corso, capendo come correggere i gravi errori del passato.

I cittadini stanno diventando sempre più consapevole dello strafalcione urbanistico degli anni ’60-’70, che ha permesso l’insediamento delle industrie chimiche in zone di ricarica delle falde, senza prevedere il grande rischio di contaminazione. Tanto più che il modello veneto ha voluto che proprio le acque di falda, a valle delle imprese, rifornissero i nostri acquedotti. 

Ora che lo sfruttamento delle risorse naturali è sotto speciale osservazione, serve un coraggioso passo in avanti culturale. La politica ha una grande responsabilità: difendere prioritariamente l’ambiente, mettendo in atto una pianificazione progressiva di tutela, ma con una visione a lungo termine, affinché i problemi non ricadano sulle spalle delle future generazioni.

Ne sa qualcosa anche Vicenza: dalla zona ovest del capoluogo fino alle vicine Altavilla, Sovizzo e Creazzo, è stata accertata negli acquedotti una contaminazione di BTF delle acque provenienti dalla “Miteni”, allora “Rimar”. La scoperta causò la chiusura dei pozzi di approvvigionamento, tra cui anche quelli di Sant’Agostino e si è quindi proceduto alla costruzione di una nuova condotta idrica con acqua priva di benzotrifluoruri, prelevata a nord, dalla zona di Costabissara e che tuttora serve anche Vicenza.

Ogni giorno vediamo come la ricerca e l’innovazione scoprono nuove molecole chimico-industriali, capaci di agevolare nella vita quotidiana, dagli indumenti impermeabili alle padelle in cucina. La favola si interrompe quando ci rendiamo conto che la natura non è in grado di rigenerarsi, di scindere proprio quelle molecole da noi inventate, antropiche e non indispensabili, e che finiscono nel nostro sangue: la natura non può da sola tutelarci se esse danneggiano la salute dei nostri figli.

I Pfas sono prodotti a Trissino, in un’industria situata proprio sopra un’area di ricarica della falda. È proprio da lì che nasce la contaminazione da pfas, che scorre da ovest nelle falde di Vicenza fino al Bacchiglione, nella pianura vicentina, veronese e padovana. Qui centinaia di migliaia di famiglie e di agricoltori sanno cosa sono i Pfas e quali sono gli effetti sull’uomo: interferenti endocrini che aumentano la possibilità di contrarre patologie come colesterolomia, problemi cardio-vascolari, bambini che nascono sottopeso, preclampsia, diabete e molte altre ancora.

È ora di dire “Basta!”. Una città deve sapere cosa sta bevendo. L’acqua del rubinetto è già controllata, ma per un numero chiuso di sostanze. Spesso si ricercano solo quelle molecole conosciute e regolamentate con dei limiti imposti per legge. Una città e una Regione all’avanguardia dovrebbero invece imporre ai propri enti gestori un protocollo di prevenzione e ricerca di sostanze antropiche non conosciute, specialmente quelle legate alle produzioni delle aziende chimiche vicine di casa.

Come? La capacità innovativa nelle nostre industrie è sempre all’avanguardia, ma per garantire la qualità delle nostre falde dovremmo partire approfondendo la ricerca delle sostanze prodotte dalle aziende a monte della città e soprattutto a monte delle zone di approvvigionamento idrico. È il passaggio fondamentale per ripartire con coscienza, fiduciosi di poter intervenire per tempo, prima dei disastri, prima di applicare costosissimi sistemi di precauzione e di rimandare la gestione della fase di bonifica. E per fare questo non si può non investire in ricerca e nelle migliori tecnologie.

Noi cittadini della “zona rossa” chiediamo quindi solidarietà per la battaglia che assieme stiamo combattendo, stanchi di attendere, di promesse e del continuo rimandare gli interventi strutturali. Il caso dei Pfas deve far scuola di prevenzione della nostra salute anche a Vicenza: i cittadini devono essere consapevoli che un giorno la loro acqua rischierà di essere contaminata e che l’amministrazione metterà in campo tutte le proprie energie per prevenire che ciò accada.

Nel frattempo ci auguriamo che l’attenzione sul tema dalla Regione, dopo 4 anni di sottovalutazione del problema, non sia legata ad obiettivi referendari ma ad un effettivo cambio di rotta.