L’Europa degli stati contro l’Europa delle città

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di Gianfranco Miglio

(Questo testo è tratto dalla trascrizione, curata da Alessandro Campi e Alessandro Vitale, di un lungo colloquio svoltosi nei giorni 30 giugno-1 luglio 2000 nella casa di Como del professor Miglio)

Io sostengo il federalismo come soluzione e via d’uscita al declino irreversibile dello stato nazionale. Ma se debbo dire qual è il mio vero modello politico di riferimento, il novum che mi piacerebbe vedere realizzato, si tratta di un modello che definisco “anseatico”, che ricalca quello delle città commerciali libere che l’Europa ha conosciuto prima che ovunque nel continente si imponesse la struttura statuale moderna, con i suoi eserciti e la sua burocrazia.

Infatti la più genuina tradizione federalista è stata quella dei secoli XII-XVII, delle città mercantili libere, sopraffatte dall’avvento violento dello stato moderno. Anche Otto von Gierke non è però andato al fondo della struttura contrattuale anseatica delle città commerciali libere. In questa fase nelle città non c’erano persone di grande rilievo politico, né parlamenti, ma solo una gestione degli affari quotidiani negoziata continuamente e un governo frammentato. Il libro che mi piacerebbe scrivere dovrebbe intitolarsi L’Europa degli stati contro l’Europa delle città. In realtà ci sono dei segnali che lasciano intravedere la possibilità di un’evoluzione nel senso da me auspicato.

In Europa oggi esistono grandi aree metropolitane coese (Randstad Holland, a struttura polinucleare, con sei milioni di abitanti fra Amsterdam, Rotterdam, L’Aja e Utrecht, la stessa Padania), grandi centri urbani – Milano, Lione, Parigi, Monaco, Londra, Francoforte – che sono a tutti gli effetti vere e proprie megalopoli (nel senso di Gottmann), aree di riferimento dal punto di vista degli scambi economici, dello sviluppo demografico, dell’innovazione tecnologica e dei rapporti politici.

Vere e proprie comunità politiche sempre più quasi-indipendenti de facto, talvolta in stretta relazione (e magari in competizione) le une con le altre e sempre meno in sintonia con i rispettivi stati nazionali, che vivono anzi come una limitazione. L’Europa ha già conosciuto qualcosa di simile, all’epoca del Sacro Romano Impero, che era una struttura “internazionale” pluralistica che non produceva sovranità (Pufendorf sbagliava), nella quale le città godevano di una grande indipendenza, pur potendo disporre di un’autorità superiore alla quale rivolgersi per risolvere le proprie controversie.

Mi è molto piaciuto, debbo dire, il richiamo del ministro tedesco Fischer alla struttura del Sacro Romano Impero come modello per l’Europa del futuro: un richiamo che non a caso non è stato invece gradito dai custodi del modello dello stato giacobino e livellatore, Chirac in testa. La realtà è che la storia dello stato moderno ha diffuso un’idea limitata e parziale delle innumerevoli possibilità di organizzazione della convivenza internazionale. Costituzionalisti, studiosi di diritto pubblico e giuristi internazionalisti però non se ne rendono conto, se non confusamente, a causa della concezione ossessiva della sovranità nella quale sono cresciuti. Fra cinquant’anni una nuova combinazione di elementi politici e privatistici darà luogo a strutture di tipo neofederale quasi ovunque. Potrà suonare per alcuni come una bestemmia, per altri, tra cui mi annovero, come una speranza: e se nel nostro futuro, una volta finita l’epoca degli stati nazionali (commerciali) chiusi (il Geschlossener Handelsstaat teorizzato da Fichte), ci fosse la creazione di un nuovo spazio politico, di una struttura di tipo imperiale in grado di unire, rispettandone le diversità, tutti i diversi popoli europei?