La sfida dell’autonomia

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di Paolo Gurisatti

Nella lucida analisi di Paolo Gurisatti il cuore del problema di un’autonomia che mette in discussione i rapporti fondamentali tra stato centrale e amministrazioni locali, rovesciando una logica centralistica che non affronta temi fondamentali e di revisione profonda degli assetti istituzionali: “…manca, invece, un progetto federale moderno, oltre gli stati nazionali, che proponga una chiara distinzione tra bilancio federale e responsabilità regionali”

 

Condivido lo scetticismo di Cacciari (qui il link all’intervista), nella pars destruens del suo ragionamento sull’autonomia, ma non condivido il suo pessimismo sulla prospettiva federalista in Italia e in Europa.

Gianfranco Miglio (qui un suo interessantissimo contributo) , all’inizio della Seconda Repubblica, affermava: “Se debbo dire qual è il mio vero modello politico di riferimento (…) si tratta di un modello che definisco “anseatico”: un’Europa delle città contro l’Europa degli stati.”

Questa sua convinzione, credo condivisa da Cacciari, contiene un bambino che non val la pena di buttare con l’acqua sporca dell’onda sovranista e nazionalista del momento. Il modello anseatico, evocato da Miglio, attribuisce grande importanza all’identità e all’autonomia alle singole comunità territoriali, ma in un contesto di ferrea condivisione di alcune regole di base: l’apertura dei porti (Schengen), l’accettazione delle lettere di credito (unione bancaria), la forma del barile (norme per la concorrenza) e la difesa dei confini (cooperazione sulla sicurezza). E’ ancora oggi un modello utile per l’Italia e per l’Europa.

Quello che manca, invece, è un progetto federale moderno, oltre gli stati nazionali, che proponga una chiara distinzione tra bilancio federale e responsabilità regionali/urbane. I fatti di questi giorni ci dicono che la sicurezza dei confini e alcuni investimenti in infrastrutture sarebbero gestiti meglio a livello centrale/comunitario (le reti di comunicazione ad esempio). Mentre i progetti di sviluppo dovrebbero passare ancora di più dall’autonomia delle singole regioni e città metropolitane. Ne va della democrazia e del rapporto tra governati ed eletti.

L’Europa del futuro può vedere la luce solo uscendo dal buco paternalista degli stati nazionali (“mamme” tanto amorevoli e buoniste, quanto inefficaci), attraverso la creazione di uno spazio “anseatico”, nel quale le singole comunità territoriali possano organizzarsi come meglio credono.Anche quelle del Mezzogiorno d’Italia, che oggi preferiscono rifugiarsi sotto le sottane protettive della “mamma Stato” Italia.

Ecco perché il dibattito sull’autonomia diventa cruciale in questa fase.Perché riapre una questione strutturale, oggi relegata nelle sacristie di componenti interne alla maggioranza. Bisogna impedire che si rafforzino uno stato nazionale e un governo, romano, incapaci, come dimostrano 25 anni di Seconda Repubblica, di abbassare il debito e ridurre le distanze tra Nord e Sud di zero virgola.

Non mi importa che a sostenere la proposta siano due tribuni dalle dubbie competenze come Salvini o Zaia, l’un contro l’altro armati, che approfittano della confusione imperante solo per dimostrare la validità di alcune categorie del politico studiate da Miglio (sovrano è chi decide in stato di eccezione).

Discutiamo di autonomia in modo aperto! Ci fa solo bene.