Il buio all’orizzonte: il rapporto Censis. Le sfide per un nuovo fronte progressista veneto.

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Il rapporto Censis di quest’anno (www.censis.it) è particolarmente significativo: emerge l’immagine di un paese in cui rancore e paura, incertezza sul futuro e sfiducia nel progresso si mescolano tra loro generando nelle comunità un clima pessimo. I movimenti collettivi e le rappresentanze sociali sono statisostituiti da una parcellizzazione individualista, generando  una società atomizzata in cui le strutture sociali, il sostegno che si poteva ritrovare nei sistemi di welfare locale, nel mondo del volontariato sociale, dell’associazionismo solidaristico stentano a trovare riferimenti stabili, progetti di governo che inducano alla fiducia nel futuro, alla disponibilità di mettersi in “gioco”. Dalle città, passando per le regioni fino al governo centrale. Senza grandi distinzioni. Di ruolo o di competenza.

Nella seconda metà del 2018 si sono inseriti ulteriori fattori di preoccupazione: il ciclo economico che sembra volgere al negativo senza che si vedano azioni concrete di contrasto e di rilancio, i sistemi pubblici in generale che non sembrano reggere la sfida dei tempi. A partire dalla scuola, dalle ulteriori difficoltà che la travolgente innovazione tecnologica trainata da Industria 4.0 sta creando con un gap formativo che genera inquietudine.

Il Veneto, in questo contesto, non sfugge alle medesime tendenze ma con alcune particolarità che non possiamo dimenticare. Secondo le indagini Ocse sul benessere regionale il Veneto è in buona compagnia per valori su dieci assi che misurano la qualità della vita: la regione di Vienna, la regione di Parigi, la Catalogna e Barcellona. Insomma non sembriamo essere messi così male. L’analisi è ovviamente una semplificazione, costruita intorno a 10 grandi indicatori che toccano la salute, la sicurezza, l’istruzione, i servizi, il reddito. Troviamo in generale indicatori che danno il senso di una solidità di fondo ma che evidenziano, analizzando con più attenzione, alcune aree estremamente critiche: innanzitutto l’ambiente, la vera emergenza che riguarda la nostra regione. L’inquinamento dell’aria è tra i peggiori al mondo, una larga fascia della nostra provincia ha acqua contaminata, i sistemi di mobilità sono tradizionali e spesso vetusti, non esiste una pianificazione per la conversione verso produzione di energia rinnovabile. E se questa è la prima grande priorità, anche i processi formativi ed il reddito, se paragonato alle altre grandi regioni europee, mostrano dei segnali di attenzione che non dovremmo trascurare. In particolare la formazione che tocca direttamente il futuro delle giovani generazioni.

Sul Veneto fa fatta poi un’ulteriore riflessione, sulla possibilità reale di incidere sulla qualità della vita di milioni di persone: per il nostro sviluppo è fondamentale ripensare l’assetto di gestione del territorio.

Oggi il Veneto ha un grande corpo centrale metropolitano, un quadrilatero con ai vertici Vicenza, Padova, Treviso e Venezia. Una grande area con più di due milioni di abitanti in cui si stanno concentrando i servizi, la formazione universitaria, i centri di ricerca. Una grande area metropolitana che non ha alcuno strumento di governo: non una logica di mobilità comune, nessuna condivisione di pianificazione territoriale, nessun progetto culturale e formativo che varchi i confini delle province napoleoniche dentro cui siamo ancora imprigionati. La Regione, completamente assente, non ha capito che il Veneto metropolitano ha un potenziale di sviluppo straordinario, imperniato su due grandi università a Padova e Venezia, centri di ricerca, società di servizi. Lo hanno capito gli imprenditori che hanno dimostrato interesse me senza governo del sistema lo svilupoo è più difficile.

Intorno al Veneto metropolitano si è sviluppato, nella fascia pedemontana, uno straordinario distretto manifatturiero di classe mondiale. Su questo doppio asse le città e la regione devono investire: eccellenza di servizi, formazione e ricerca intorno ai centri urbani, manifattura di altissimo livello nella fascia pedemontana.

Con un unico, insuperabile, vincolo: la tutela dall’ambiente che passa non solo dal rispetto integrale degli ecosistemi ma anche dalla riconversione delle aree industriali abbandonate, dalla riduzione della cementificazione che va oltre l’assenza di consumo di suolo ma impone di ripensare completamente la pianificazione urbanistica regionale.

E’ possibile rilanciare un modello di sviluppo per la nostra regione che guardi avanti per almeno i prossimi 20 anni? E’ possibile, attorno ad alcuni grandi assi: il governo dello sviluppo dell’area metropolitana centrale e dell’area manifatturiera pedemontana, il ripensamento del sistema formativo che diventi strumento costante attraverso cui bilanciare innovazione e competenze personali, un sistema di Welfare imperniato sul Reddito di Inclusione (REI) che deve diventare ponte tra uno stato di disoccupazione, un percorso formativo e una nuova occupazione, il coordinamento dello sviluppo universitario e la crescita dei centri per il trasferimento tecnologico in grado di generare innovazione e occupazione giovanile, un fortissimo piano di investimento sulle periferie delle città, trascurate e abbandonate in modo inaccettabile.

Tutto questo passa anche attraverso l’autonomia. Tante chiacchiere e pochi fatti. Non possiamo più aspettare.

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