Economia politica dell’emergenza

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di Paolo Gurisatti

La nostra società non sempre sta dimostrando di avere gli anticorpi necessari ad affrontare un’emergenza sanitaria, come quella imposta dall’arrivo del coronavirus. Iniziative come quelle di Zingaretti nel bar di Milano e le proteste delle associazioni di categoria rischiano di non produrre tali anticorpi, con la rapidità necessaria.

Può farlo invece l’adozione di un paradigma “bellico”, nella mobilitazione sociale e nella comunicazione. Una parte di noi è al fronte e dobbiamo organizzare le retrovie in modo che il nostro esercito, impegnato in prima linea, possa vincere tutte le battaglie possibili, per il bene di tutti e del business.

Questa deve essere la priorità. La società cinese ha adottato questo schema fin dall’inizio, probabilmente perché già vaccinata, perché ha imparato qualcosa da esperienze precedenti, come la SARS. In questo modo è venuta a capo del nuovo virus in un paio di mesi, pure avendo come focolaio città da parecchi milioni di abitanti (come Wuhan) e non paesi di qualche migliaio di cittadini (come Codogno e Vo’ Euganeo). L’Italia e l’Europa (ma anche gli Stati Uniti) arrivano, invece, non vaccinate, non preparate all’economia politica dell’epidemia. Per farcela devono recuperare rapidamente uno schema nuovo, a cui non sono abituati. Non tanto contestando la rigidità del sistema di regolazione (sospensione del libero mercato, della circolazione delle merci e delle persone o la centralizzazione delle decisioni), quanto adottando uno spirito di servizio all’esercito al fronte. Nella guerra al virus c’è, infatti, un fronte ben definito, dietro al quale l’intero paese deve mobilitarsi, con uno schema solidaristico. Nella guerra al virus i reparti di terapia intensiva e i presidi sanitari locali sono la prima linea.

Non la maggioranza al governo. E hanno bisogno di aiuto. Sono un esercito composto di professionisti (medici, infermieri, esperti di logistica sanitaria) che chiedono armi adeguate alla guerra che sono chiamati a combattere, giorno per giorno.

Chiedono ai “civili” di rimanere in casa, di accettare il coprifuoco, di dare loro respiro! Non lo fanno per il gusto di drammatizzare e si incazzano a vedere che l’interruzione delle lezioni nelle scuole e nelle università viene interpretata come un via libera per andare a sciare, affollarsi nelle code degli impianti di risalita o accalcarsi nei rave party e nei locali lungo i Navigli. Chiedono mascherine e impianti di terapia intensiva per combattere. Si aspettano che gli imprenditori e i governanti delle retrovie facciano loro avere quello che serve (adesso) e non pensino solo a riprendere il business as usual. Sono lieti di sentire che saranno presto disponibili impianti di terapia intensiva Made in Italy. Hanno una guerra da vincere, prima di lasciarci tornare alla normalità! Diamo loro una mano!