Da città a comunità: come costruire futuro dopo COVID-19

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di Otello Dalla Rosa

Si può scrivere sull’idea di un progetto di città? O immaginare una storia ancora non scritta verso il futuro in una fase di incertezza così profonda come questa, segnata dall’emergenza COVID-19? Si potrebbe pensare che si tratta di idee che alcuni presentano alle elezioni. Idee programmatiche le chiamano. Molti programmi politici infatti mettono insieme promesse di lungo periodo con impegni concreti, a più breve scadenza. Pochi cercano una coerenza intrinseca tra ciò che si immagina a breve e ciò che più a lungo può diventare realizzabile. Quasi nessuno immagina vocazioni che possano durare nel tempo, nuovi equilibri intorno a cui costruire identità, mettere insieme storia e futuro. Ma sono questi i giorni in cui bisogna cominciare la discussione. Perché sappiamo già che quando, bene o male, ne usciremo nulla sarà più come prima.
Allora dobbiamo provare a pensare lungo: immaginare un percorso, una storia fatta di scelte a lungo termine intorno a cui costruire un’idea di città. Meglio, di comunità. Perché il senso profondo, il cambiamento essenziale di ogni aggregazione di individui che consente di cambiare la prospettiva è quello di passare da una somma di individualità, più o meno aggrappate a nuclei famigliari o gruppi di interesse, ad una comunità (una communitas).
Comunità è una parola di origine latina il cui significato viene da communitas, derivato di communis “che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri”. Nel suo significato più profondo e bello una comunità è “una forma di vita collettiva caratterizzata da un profondo sentimento di appartenenza, fiducia e dedizione reciproca”. Il virus ha sconfitto il fai da te, ha distrutto i confini, ha battuto i nazionalismi più beceri come i campanilismi più insignificanti.
Il passaggio da aggregazioni di famiglie e di interessi a comunità è ciò che dovrebbe stare più a cuore ad un progetto di futuro. Non solo perché comunità è protezione, ma anche perché le sfide del futuro esigono la capacità di stare insieme. Come hanno dimostrato le recenti crisi ambientali, le drammatiche conseguenze della diffusione dei virus, il moltiplicarsi di sfiducia e rancore, siamo aggregazioni fragili, comunità incompiute. Abbiamo perso identità e quindi ci sentiamo più deboli, non abbiamo fiducia nel futuro e siamo più arrabbiati, non siamo in grado di generare nuova ricchezza e quindi consumiamo le risorse accumulate nel passato. Cicale nei tempi della crisi. Lo stallo economico, troppo lungo e troppo sottovalutato, non genera né occupazione né alimenta redditi adeguati. Troppo precariato, troppi giovani precari ma anche alcuni che ce la fanno: professioni che non si trovano, poli di attrattività che “rubano” la “meglio gioventù”. Come sarà il dopo-virus? La gestione delle filiere da ricostruire, una governance nuova, la leadership americana distrutta dalla perdita di autorevolezza e dall’assenza di azioni per il “bene dell’umanità”. Ci orienteremo a est, strattonati tra filo-russi e filo-cinesi o ritroveremo nel filo di un nuovo federalismo un’autentica dimensione europea? Non lo decideranno le elite ma, se saranno abbastanza forti, le comunità. Questa è la sfida da vincere: costruire comunità, essere padroni del nostro futuro.
Tante “narrazioni” diverse attorno ad una società che si è complicata e frammentata, al Sud quanto al Nord, nei piccoli borghi come nelle grandi città. Abbiamo ascoltato molte ricette di cambiamento, le une molto diverse dalle altre. Quelle di un fronte accomunate da alcuni elementi fortemente conflittuali: la critica feroce alla globalizzazione, la sfiducia nella società aperta, nell’Europa, nell’Onu in tutto ciò che è sovranazionale in nome di un nuovo nazionalismo “sovranista”. La chiusura come reazione, come difesa dalla paura. Dall’altra parte il rinnovarsi di troppe promesse rimaste ancora messianiche: la globalizzazione buona, il futuro che sarà migliore, la sostenibilità, la solidarietà, la società aperta. Tanto novecento dall’una e dall’altra parte. Nessuna nuova idea ma un tratto in comune: una visione centralistica dello stato, il superamento del sogno federalista, lo svuotamento delle municipalità. Perché nella visione del futuro della grande maggioranza delle forze politiche non appare l’elemento essenziale in grado di cambiare veramente la qualità della vita delle persone: la città, la città che diventa comunità. Ma dopo quanto accaduto con la “guerra” al Coronavirus, appare in tutta la sua evidenza come solo comunità forti, in grado di autoregolarsi da “vicino” possano creare quelle reti di resilienza civica che consentono di gestire anche le situazioni più drammatiche. La forza economica, sociale, culturale di un territorio non dipende dalla sommatoria delle forze dei singoli ma dalla capacità di remare tutti nella stessa direzione, nel trasformarsi da collettività in comunità.
La rivoluzione che ci deve portare al futuro passa attraverso il ripensamento profondo delle aree urbane, più o meno grandi, e la loro transizione da aggregazioni multiformi di persone, interessi, edifici, attività a comunità. Comunità forti, comunità partecipi di una rinnovata idea di federalismo, come scriveva Carlo Cattaneo: “I comuni sono la nazione; sono la nazione nel suo più intimo asilo della sua libertà”. Città in cammino verso un futuro di comunità: questo il sogno che vorremmo descrivere, questa la rivoluzione che parte dal basso. Questa è la grande Vicenza che sogniamo, per cui vale la pena impegnarsi.