Le ragioni dell’autonomia del Veneto

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Venerdì 6 ottobre 2017

Ho partecipato al dibattito organizzato nel Municipio di Schiavon sul prossimo referendum consultivo sull’autonomia del Veneto. In quest’occasione ho spiegato le ragioni per cui credo profondamente che una maggiore autonomia vada nella direzione giusta per la gestione dei servizi locali e per la ricostruzione di una “vocazione” nazionale che renda stato e amministrazioni più forti e rispondenti ai bisogni dei cittadini.

È indubbio che dopo le vicende di Barcellona e della Catalogna, anche il referendum ha acquistato una valenza simbolica e politica rilevante. In particolare in Veneto, dove le tensioni autonomiste, se non governate con intelligenza e responsabilità, rischiano di degenerare nelle spinte secessioniste che vediamo ora in Catalogna.

Non si può tuttavia guardare alle istanze di autonomia solo nei termini di “egoismo territoriale” o di reazione contro la globalizzazione. Al contrario, queste istanze si iscrivono proprio nel processo di apertura internazionale che rende gli Stati nazionali strutture sempre meno efficienti nella produzione di beni pubblici utili allo sviluppo: politiche attive per il lavoro, istruzione, ricerca applicata, welfare, politiche sociali, integrazione, ecc. 

I territori – città, sistemi metropolitani, regioni – rispondono meglio degli stati nazionali nell’assicurare beni pubblici per due ragioni. La prima è la combinazione di flessibilità e adeguatezza delle politiche rispetto alle esigenze specifiche, e mutevoli nel tempo, espresse da imprese e cittadini. La seconda è la maggior fiducia della popolazione nell’investimento collettivo, alimentata dalla possibilità di un controllo sociale sulla spesa pubblica e dalla responsabilità più diretta tra risorse prelevate e investite.  Questo non significa piccole patrie, ma un sistema di governo federale, nel quale i territori delegano ai livelli superiori le funzioni che richiedono economie di scala e alleanze sovralocali. Si ottiene così un rafforzamento dell’autorevolezza e del ruolo dello Stato portato ad occuparsi delle politiche che gli competono lasciando alle amministrazioni più vicine la gestione dei servizi. Si attua così l’applicazione del principio di sussidiarietà sancito nella Costituzione. L’esatto contrario di uno stato centralista, derivato da una cultura ottocentesca, oggi del tutto inadeguato a governare la complessità di società ed economie aperte. Ci si oppone così ai movimenti “populisti” che propongono soluzioni secessioniste, dall’Europa e dall’Euro. Il fatto che la Lega faccia marcia indietro (oggi) rispetto alle posizioni “secessioniste” e ne prenda le distanze è una ulteriore conferma della bontà della posizione pro-Europa federale.

Perché questo tema dovrebbe interessare anche  le elezioni cittadine? La risposta è evidente. Diversamente dall’atteggiamento “provinciale” della politica vicentina degli ultimi 30 anni, le città sono oggi attori politici fondamentali nella politica nazionale ed europea. Se a Vicenza non matura questa consapevolezza, rischiamo di essere tagliati fuori da processi chiave per il nostro sviluppo.