10 febbraio: la giornata del ricordo

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“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.”

“… venne costruito in via Bertolo il “Villaggio Giuliano” – un gruppo di fabbricati alti quattro piani con un’ampia corte centrale, per un totale di 104 appartamenti – dove, alla fine del 1955, vennero ad abitare alcune centinaia di esuli giuliani e dalmati, in precedenza ospiti per un decennio nel Collegio Cordellina in contrà Santa Maria Nova di Vicenza…”

La tragedia dell’esodo istriano, fiumano e dalmata, i morti delle foibe, la pulizia etnica ma anche la difficile accoglienza che i profughi ricevettero nella loro patria sono stati per anni oggetto di oblio. Ma la storia non va mai dimenticata, una storia che si è intrecciata con quella della nostra città che accolse quegli esuli. Una storia che è anche personale perchè sono nato e cresciuto a Campedello dove sorge quel “Villaggio Giuliano”, sono andato a scuola con i figli dei figli di quegli esuli, ho molti amici che hanno vissuto e qualcuno ancora vive lì. Anche per questo sento forte la necessità di non dimenticare.

Non c’è cosa peggiore dell’oblio, del negazionismo e del revisionismo storico. La storia insegna il futuro, ma non deve essere occultata. Il mio pianto oggi è per tutti gli esuli, ovunque si trovino, in qualsiasi epoca vivano la loro tragedia. La tragedia della “pulizia etnica” (termini orribili, disumani) ancora percorre la storia dell’umanità. Per questo il ricordo non è solo celebrazione della memoria ma monito costante al presente dell’umanità. 

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«Per Vicenza noi eravamo gli “slavi”»

Scappavano dagli assassini di Tito per non finire infoibati. Abbandonavano le case italiane di Pola, di Zara, di Fiume. Lasciavano un pezzo di patria che il trattato di Parigi del 10 febbraio ’47 aveva regalato alla Jugoslavia. Con la morte nel cuore e con la valigia stipata delle poche cose che erano riusciti a farci stare, 600 esuli giuliano-dalmati arrivarono a Vicenza nei giorni successivi alla firma che Alcide De Gasperi era stato costretto ad apporre in calce al famigerato trattato.

Li misero tutti a Santa Maria Nova, nell’attuale struttura ristrutturata dall’Opera Pia Cordellina. Un collegio trasformato in improvvisato campo profughi. Silvano Colombo aveva 16 anni e la sua vita, di fatto, ricominciava quel giorno. Da zero, o poco più, con l’aiuto dei familiari, in una Vicenza ancora coperta dalle macerie della Seconda Guerra mondiale.10 febbraio, il giorno della memoria. Una memoria di serie B, quasi come lazona B dell’Istria settentrionale che il vicentino Mariano Rumor consegnò definitivamente a Tito con un altro trattato, quello di Osimo, datato 1975. Serie B perché si sono decisi a parlarne con una cinquantina d’anni di ritardo. E magari, dopo il successo della fiction televisiva “Il cuore nel pozzo”, quel dramma entrerà davvero nell’elenco delle nefandezze della storia.«I vicentini ci chiamavano “slavi” – ricorda Colombo, diventato nel frattempo segretario provinciale dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – e per noi che eravamo scappati per riaffermare l’orgoglioso diritto di essere italiani, non è che fosse una bella accoglienza. Del resto erano tempi grami per tutti, e noi eravamo visti come quelli che potevano portare via il lavoro ai locali».

Fortuna che il boom economico era lì dietro l’angolo, sempre che sette anni possano essere definiti un angolo. «Sì, passammo sette anni in quel campo profughi – ricorda Colombo – prima che ci venisse assegnato uno dei 104 appartamenti costruiti a Campedello. Fino ad allora, le famiglie ospitate a S. Maria Nova erano divise dalle coperte e da esili muri. Al punto che se io stavo seduto in cima al letto a castello, potevo vedere in “casa” della famiglia vicina. Ma eravamo gente laboriosa, ci siamo fatti strada in fretta. Quando arrivammo a Campedello, poi, fu un cambiamento epocale, in meglio naturalmente. Ma già quattro anni dopo mi sposai e, con mia moglie, ci trasferimmo in città».

Storie che si inseguono, a Vicenza e in tutta la provincia, di vite che ricominciano, ma che portano ferite non rimarginabili. «E per tanti anni siamo stati costretti a subire l’oblio di storici e politici – aggiunge Colombo -, che al più si degnavano di liquidarci con l’epiteto di fascisti. Sono contento che si torni a parlare con obiettività della nostra storia, e devo riconoscere che Vicenza è stata tra le prime città a mettere i martiri delle foibe in un cartello toponomastico. Però mi dispiace per mia madre, che è morta pochi anni fa senza poter apprezzare questo tardivo riconoscimento. Era in ospedale, con la cartella clinica ai piedi del letto si poteva leggere, accanto al nome, “nazionalità jugoslava”».Colpa della burocrazia che, nonostante la legge, dall’89, garantisca ai profughi istriani e dalmati di indicare la città di nascita senza alcuna aggiunta, per anni sono stati infilati nel calderone dell’ex Jugoslavia. «Sembra una cosa marginale, simbolica – spiega Colombo – ma, oltre ad offendere la nostra memoria,ha creato un sacco di contrattempi. Penso, per esempio, al codice fiscale, ai tesserini Ulss: ogni volta spunta la nazionalità jugoslava a complicare il tutto. A Vicenza, per fortuna, i 

problemi sono stati superati».A Campedello, oggi, sarà rimasta una decina di profughi “originali”. I vecchi alloggi popolari sono occupati da anziani che hanno approfittato della possibilità di riscatto, ma anche da extracomunitari alla ricerca disperata di un appartamento. Sono passati cinquant’anni giusti, e c’è un cippo a ricordare quel che è stato.«Ma gli esuli che sono passati per Vicenza sono di più di quelli che poi ci sono rimasti – osserva Colombo -. Si cercava lavoro, all’epoca, e molti hanno accettato le offerte della Fiat di Torino, o della De Agostini di Novara, e si sono trasferiti. Del resto, non c’era niente che ci legasse ad una città piuttosto che ad un’altra: le nostre radici erano state recise con la forza, con la violenza. La giornata della memoria aiuta a far sapere quel che in realtà è successo».

Colombo partì da Pola col piroscafo “Toscana”, insieme a centinaia di connazionali in fuga. Dovevano scegliere tra la cittadinanza jugoslava, sempre che nel frattempo non fosse intervenuto un probabile infoibamento, e quella italiana, ma al di là dell’Adriatico. La maggioranza, fatta di 300 mila disperati, scelse l’Italia. Gli assassini di Tito, che non meritano nemmeno l’accostamento ad un qualsiasi ideale politico, avevano già iniziato la pulizia etnica che si concluse con circa diecimila infoibati. Un crimine di cui, fino a ieri, era proibito parlare.

di Marino Smiderle / febbraio 2005